giovedì 17 settembre 2020

LA STANZA DELLE OMBRE CINESI

All’improvviso tutto era diventato opaco, non riusciva più a distinguere né gli oggetti intorno a sé, né la stanza in cui si trovava, con le mani tastava l’ambiente che lo circondava senza riconoscervi nulla. I sensi scivolano sulle ombre che vedeva nitide davanti agli occhi e, quando finalmente pensava di aver capito di cosa si trattassero, in ognuna, un particolare, una sfumatura lo sconvolgeva, allora tutto crollava e con straordinaria tenacia riprendeva a cercare. Analizzava ogni dettaglio sempre più nel profondo, ma nell’intimo di ogni superficie sentiva sempre qualcosa di sbagliato, non riusciva a risolvere l’ombra di cui perfettamente scorgeva la forma.

La testa pulsava, il silenzio che lo avvolgeva si era fatto pesante, dove si trovava? Non riusciva più a ricordarlo, perché era lì? Non riusciva a ricordarlo, tutto quello che sapeva, almeno, quello di cui era profondamente convinto era che la risposta a tutto si trovasse nelle ombre che lo avvolgevano, nei loro dettagli, nella loro frammentata unità, nel loro reciproco interagire. Ancora una volta le mani, il naso, la bocca, si muovevano disperati, confusi, agitandosi ingabbiavano quelle forme che convulsamente danzavano davanti a lui, come fiamme al vento, in rigidi schemi razionali destinati a cadere al primo imprevisto. Aveva creato interi castelli di carte, che pensava solidi come fortezze, sulla base di congetture di cui non poteva avere certezza, e con questi aveva accarezzato l’idea di poter capire ciò che vedeva, di poter ricreare quell’assurda realtà nei suoi pensieri.

La testa pulsava, dove si trovava? Non lo ricordava, Perché era lì? Non lo ricordava, qualcuno tuttavia doveva averlo guidato in quella stanza, qualcuno o qualcosa doveva aver disegnato le ombre, curato i dettagli, limitato il suo sguardo. Ogni tanto nella sua delirante ricerca lo chiamava, lo malediceva, bestemmiando urlava in preda alle lacrime. Con le mani, che da molto tempo si posavano sulle ombre, giunte, in ginocchio, lo stava pregando, pregava perché illuminasse di nuovo i suoi occhi, perché squarciasse il velo che gli annebbiava la vista. Nel silenzio assoluto, quella litania interrotta dai singhiozzi avrebbe smosso a compassione persino le mura che lo circondavano, ma era solo in quella stanza, e chiunque vi fosse all’esterno non poteva o non voleva ascoltarlo, lui questo non lo sapeva, lo immaginava, le preghiere dopo aver vagato per la stanza, lentamente ricadevano sul pavimento.

La testa pulsava, la disperazione lo aveva avvolto nel suo rassicurante abbraccio, la follia divorava i suoi calcoli e preghiere, con terrore un lucido pensiero travolse il suo spirito, debolmente adagiò la mano sul suo petto, le dita scorrevano confuse verso quello che sarebbe dovuto essere il suo volto, tutto intorno a lui si era fermato, la testa fischiava, le mani tremavano adagiate su ciò su cui si erano fermate, lentamente, con la mente sconvolta guardò verso il basso, le mani premevano contro un’ombra scura che si dimenava, agitata dalle altre ombre nella stanza, aveva la devastante consapevolezza che non avrebbe mai potuto comprenderle fino in fondo.

Era solo, puro essere, in una stanza silenziosa, circondato da ombre, non ricordava come vi era arrivato, non ricordava chi lo avesse portato lì, non ricordava perché, non ricordava più chi fosse, tuttavia le sue mani avevano ricominciato ad esplorare le ombre danzanti.

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