All’improvviso tutto era diventato opaco, non riusciva più a distinguere né gli oggetti intorno a sé, né la stanza in cui si trovava, con le mani tastava l’ambiente che lo circondava senza riconoscervi nulla. I sensi scivolano sulle ombre che vedeva nitide davanti agli occhi e, quando finalmente pensava di aver capito di cosa si trattassero, in ognuna, un particolare, una sfumatura lo sconvolgeva, allora tutto crollava e con straordinaria tenacia riprendeva a cercare. Analizzava ogni dettaglio sempre più nel profondo, ma nell’intimo di ogni superficie sentiva sempre qualcosa di sbagliato, non riusciva a risolvere l’ombra di cui perfettamente scorgeva la forma.
La testa pulsava, il silenzio che lo avvolgeva si era fatto
pesante, dove si trovava? Non riusciva più a ricordarlo, perché era lì? Non
riusciva a ricordarlo, tutto quello che sapeva, almeno, quello di cui era
profondamente convinto era che la risposta a tutto si trovasse nelle ombre che
lo avvolgevano, nei loro dettagli, nella loro frammentata unità, nel loro
reciproco interagire. Ancora una volta le mani, il naso, la bocca, si muovevano
disperati, confusi, agitandosi ingabbiavano quelle forme che convulsamente
danzavano davanti a lui, come fiamme al vento, in rigidi schemi razionali
destinati a cadere al primo imprevisto. Aveva creato interi castelli di carte,
che pensava solidi come fortezze, sulla base di congetture di cui non poteva
avere certezza, e con questi aveva accarezzato l’idea di poter capire ciò che
vedeva, di poter ricreare quell’assurda realtà nei suoi pensieri.
La testa pulsava, dove si trovava? Non lo ricordava, Perché
era lì? Non lo ricordava, qualcuno tuttavia doveva averlo guidato in quella
stanza, qualcuno o qualcosa doveva aver disegnato le ombre, curato i dettagli, limitato
il suo sguardo. Ogni tanto nella sua delirante ricerca lo chiamava, lo
malediceva, bestemmiando urlava in preda alle lacrime. Con le mani, che da
molto tempo si posavano sulle ombre, giunte, in ginocchio, lo stava pregando,
pregava perché illuminasse di nuovo i suoi occhi, perché squarciasse il velo
che gli annebbiava la vista. Nel silenzio assoluto, quella litania interrotta
dai singhiozzi avrebbe smosso a compassione persino le mura che lo
circondavano, ma era solo in quella stanza, e chiunque vi fosse all’esterno non
poteva o non voleva ascoltarlo, lui questo non lo sapeva, lo immaginava, le
preghiere dopo aver vagato per la stanza, lentamente ricadevano sul pavimento.
La testa pulsava, la disperazione lo aveva avvolto nel suo
rassicurante abbraccio, la follia divorava i suoi calcoli e preghiere, con
terrore un lucido pensiero travolse il suo spirito, debolmente adagiò la mano
sul suo petto, le dita scorrevano confuse verso quello che sarebbe dovuto
essere il suo volto, tutto intorno a lui si era fermato, la testa fischiava, le
mani tremavano adagiate su ciò su cui si erano fermate, lentamente, con la
mente sconvolta guardò verso il basso, le mani premevano contro un’ombra scura
che si dimenava, agitata dalle altre ombre nella stanza, aveva la devastante
consapevolezza che non avrebbe mai potuto comprenderle fino in fondo.
Era solo, puro essere, in una stanza silenziosa, circondato
da ombre, non ricordava come vi era arrivato, non ricordava chi lo avesse
portato lì, non ricordava perché, non ricordava più chi fosse, tuttavia le sue
mani avevano ricominciato ad esplorare le ombre danzanti.
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