Il lenzuolo si agitava nella fresca brezza serale, il clima era cambiato, l’estate ormai morente cedeva il passo all’autunno, lui se ne era accorto dal vento, dall’aria che, prima calda e secca, stava, a poco a poco, diventando fredda e umida. Quella sera, seduto sotto il porticato di casa, osservava l’orizzonte che, al di là del sentiero in ciottoli, abbracciava i suoi occhi. L’aria era tersa, riusciva a vedere le alte ciminiere delle fabbriche cittadine, le tegole, un tempo di un vivace rosso, negli ultimi anni, sempre di più, erano andate ad inscurirsi, i mattoni adesso erano neri di fuliggine ed un fumo bianco usciva dai comignoli. L’occhio nevroticamente, si muoveva da un punto all’altro, in cerca di nuovi dettagli, abbandonati i tetti, scrutava le strade, dove una serie di piccole luci stava ordinatamente apparendo. Come una piccola costellazione, le stelle brillavano sfarfallando, poteva immaginare la fiamma agitarsi istericamente nella sua fragile gabbia di vetro. Da quella distanza non udiva alcun suono, ma sapeva benissimo che a quell’ora la città si tramutava in uno strano e ambiguo spettacolo di una varietà più unica che rara. Gli zoccoli dei cavalli, con la loro estenuante ritmicità, si mescolavano con il vociare dei passanti, le urla degli ubriachi nei bar e i deboli rantoli dei clochards nascosti dalle ombre dei vicoli, con le urla del ragazzo che, per racimolare qualche spicciolo, continuava a vendere i giornali della mattina mentre qualche musicista, da una finestra del secondo piano, gettava nella cacofonica mischia, le note classiche di un violino o di un pianoforte.
Ma tutto era solo un’illusione, non c’era nessuna carrozza, nessun pianoforte, almeno non era sicuro, non poteva saperlo, nell’osservare quel quadro, lo aveva popolato con i suoi ricordi, aveva creato un piccolo mondo, un microcosmo che, con tanta facilità aveva distrutto semplicemente distogliendo il pensiero. L’occhio adesso si era fermato, un brivido percorreva la sua schiena. Quanto è potente il pensiero, da solo dona e toglie la vita, genera e distrugge mondi, persone, oggetti tutti vivono effimeri tra ricordi e pensieri. Il vento soffiava più forte adesso, il lenzuolo dopo aver agonizzato era caduto sulla terra umida, lui era fermo sotto il porticato, un refolo di vento lo colpì in piena faccia, fu allora che si alzò per raccoglierlo. Senza molti lamenti, nonostante l’età, si chinò, dopodiché, risalì il viale in ciottoli fino alla porta. Dietro di lui non esisteva più nulla, la città con le sue ciminiere e i tetti neri era scomparsa, il mondo stesso era sparito, al suo posto, le note di un pianoforte si dimenavano nella fredda oscurità che avvolgeva la casa.
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